Un cliente colpito da ransomware: come l'abbiamo recuperato
La telefonata è arrivata poco dopo le nove: "Non si apre più niente, i documenti hanno nomi strani e c'è una scritta che chiede dei soldi". Era un ransomware, uno di quei virus che stanno facendo disperare mezza Italia in questo periodo. Ti racconto com'è andata, perché la storia ha un lieto fine — ma solo grazie a scelte fatte prima del disastro.
Cos'è un ransomware #
È un virus che cifra i tuoi file e poi ti chiede un riscatto (di solito in bitcoin) per riaverli. Non ruba i dati: li rende illeggibili con una password che ha solo l'aggressore. Quest'anno ne girano parecchie varianti, e colpiscono soprattutto le piccole aziende, che spesso hanno difese leggere e dati preziosi.
Come era entrato #
La ricostruzione è stata rapida e istruttiva: un dipendente aveva aperto l'allegato di una email che sembrava una fattura. Un doppio clic, e in pochi minuti il virus aveva iniziato a cifrare non solo il suo PC, ma anche le cartelle condivise sul server a cui era collegato. È così che quasi sempre entrano: non con attacchi da film, ma con una mail ben confezionata.
Perché non abbiamo pagato #
La regola, per me, è netta: non si paga. Pagare finanzia i criminali, non dà alcuna garanzia di riavere i file e ti marchia come vittima disposta a pagare (quindi bersaglio per la prossima volta). Ma poter dire "non paghiamo" è un lusso che ti puoi permettere solo se hai i backup. Ed è qui che questa storia si salva.
Il recupero, passo per passo #
Abbiamo lavorato con ordine:
- Isolato subito la macchina infetta e il server, staccandoli dalla rete per fermare la propagazione.
- Bonificato i sistemi, formattando ciò che era compromesso.
- Ripristinato i dati dal backup della sera precedente.
Risultato: si è perso il lavoro di mezza giornata, non anni di documenti. Un fastidio, non una tragedia.
Come mi difendo oggi #
Da questa vicenda porto con me un vademecum che applico ovunque:
- Backup ridondati e testati, di cui almeno una copia scollegata dalla rete (un ransomware cifra anche i backup che riesce a raggiungere).
- Attenzione alle email: formazione minima alle persone, perché il doppio clic sbagliato è il vero punto d'ingresso.
- Sistemi aggiornati e un buon antivirus, per alzare il muro il più possibile.
In conclusione #
Il ransomware fa paura perché è concreto e diffuso, ma la difesa migliore non è un prodotto magico: è la buona abitudine del backup, fatta bene e verificata. Chi ce l'ha guarda il riscatto e sorride; chi non ce l'ha si trova davanti a una scelta terribile. Non aspettare di scoprire in quale gruppo ti trovi.